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Maratone Fuori Città? Il Caso Mazzi nel 2026 Spiegato ai Runner

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Cosa ha detto il ministro

L’altro giorno, al convegno “Turismo e Territorio”, il Ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha detto una cosa che ci ha lasciati di sasso. Le sue parole, riportate da The Running Club e dagli altri siti di settore, erano queste: le maratone e le mezze maratone vanno tolte dai centri delle grandi città perché bloccano il traffico, e vanno portate nei piccoli comuni e nei borghi italiani.

Sulla carta, l’idea è nobile: portare turismo dove non arriva. Ma tra di noi runner, la reazione è stata una sola: “Ma sta scherzando?”.

Perché ci gira la testa

Chi ha mai corso una maratona cittadina lo sa. Noi non ci iscriviamo a Roma, Milano o Firenze solo per fare 42 km, se sei qui, probabilmente hai già i tuoi motivi per iniziare a correre.. Quelle le possiamo fare anche a casa nostra, una domenica qualsiasi. Ci iscriviamo perché vogliamo attraversare il Colosseo, scorgere il Duomo di Firenze mentre ci manca il fiato, passare sopra i ponti di Venezia. È quella la magia che ci fa pagare 80, 100, anche 150 euro di iscrizione. È quella la magia che ci fa prendere il treno, prenotare l’albergo, portare la famiglia per il weekend.

Spostare le gare nei borghi, nella testa del ministro, significa portare turismo dove non arriva. Nella realtà significa, molto probabilmente, far crollare le iscrizioni. Perché parliamoci chiaro: quanti di noi sarebbero disposti a pagare 100 euro per correre una maratona in un paese di 5000 abitanti, per quanto bellissimo?

Cosa succederebbe davvero

Proviamo a pensarci, senza ideologia. Se domani mattina le grandi maratone dovessero uscire dai centri storici, succederebbero tre cose.

Primo, gli stranieri non si iscrivono più. La Maratona di Roma richiama runner da tutto il mondo perché è Roma, non perché il percorso è particolarmente bello. Spostala in periferia o in un borgo vicino, e il 50% degli stranieri resta a casa.

Secondo, gli sponsor scappano. Gli sponsor investono nelle maratone cittadine perché sanno che ci sono milioni di persone lungo il percorso, centinaia di migliaia di foto sui social, le televisioni che riprendono i monumenti. Senza i monumenti, senza la città, il ritorno d’immagine crolla.

Terzo, si perde l’anima. Una maratona in una grande città è anche un momento di festa collettiva: la città si ferma, guarda, tifa, partecipa. Nei borghi, per quanto affascinanti, mancano le persone, la massa critica che trasforma una gara in un evento.

Il ministro non ha torto, ma ha la soluzione sbagliata

Però, dobbiamo essere onesti. Il ministro ha toccato un nervo scoperto, anche se con la ricetta sbagliata. Il problema vero non è togliere le maratone dalle città, ma creare un ecosistema dove anche i borghi possano avere le loro gare di valore.

E qui, per essere sinceri, l’Italia ha già fatto cose belle. Esistono già maratone nei borghi che funzionano, sono gare che vivono sul binomio corsa e territorio, e hanno trovato il loro pubblico senza bisogno di spostarci le grandi cittadine.

Quello che servirebbe, semmai, è un piano di valorizzazione di queste gare già esistenti. Investimenti su comunicazione, logistica, accoglienza. Un calendario nazionale che le metta in rete. Una regia del Ministero che le promuova all’estero come esperienze uniche di corsa nei borghi italiani. Insomma, non sostituire, ma affiancare.

E adesso, la domanda

Il dibattito è aperto, e la nostra voce di runner deve sentirsi. Perché alla fine, le maratone le corriamo noi, le iscrizioni le paghiamo noi, i weekend li organizziamo noi. La politica dice la sua, ma è il mercato, quello vero, fatto di runner che votano con il portafoglio, che decide cosa resta e cosa muore.

E allora la domanda la lascio a te. Saresti disposto a correre una maratona in un borgo italiano invece che nella tua città del cuore? O credi, come me, che le grandi maratone cittadine debbano restare dove sono, e i borghi vadano valorizzati con gare dedicate?